• Tamagno e Musso (archivio DocBi)

  • Tamagno, Musso e Squindo (archivio DocBi)

  • Tamagno, Musso e Squindo (archivio DocBi)

  • Tamagno, Musso e Squindo (archivio DocBi)

Tamagno e Musso

L’officina Canepa ebbe anche il merito di essere la “fucina” in cui si forgiarono altri meccanici destinati a proseguire l’attività dell’officina e a far progredire il settore meccano-tessile locale nel suo complesso. Due nomi spiccano dalle poche carte reperite inerenti all’esperienza della “Francesco Canepa e Compagnia”. Si tratta di Giovanni Musso e di Antonio Tamagno. Il primo, nato a Pettinengo nel 1840, fu dapprima falegname, quindi soldato nelle campagne del 1860 e del 1866, infine operaio meccanico al Bardone dove, nel 1868, divenne socio del Canepa. Morì nel paese natio il 29 luglio 1895. Il secondo, originario di Magnano dove era nato nel settembre del 1833, era di umili natali ma «si fece presto notare per ingegno, operosità ed onestà» come recita il suo necrologio apparso su «Il Biellese» del 7 dicembre 1917. Sepolto nel cimitero cittadino, Antonio Tamagno, anch’egli socio del Canepa, rilevò col Musso l’officina già il 7 gennaio 1891 quando, per mancanza di eredi, era destinata alla liquidazione.
La vedova di Francesco Canepa, Maria Sella, e le figlie (ammogliate rispettivamente agli avvocati Luigi Bracco e Prospero Bertetti, e a Pietro Rondelli), ritirate le quote sociali spettanti, autorizzarono il trasferimento dell’officina alla ditta “Tamagno e Musso”. La nuova società, nata per durare otto anni, dimostrò di essere all’altezza della precedente tanto che nel 1894 l’accordo commerciale tra i due fondatori fu prorogato per altri quindici anni. Nello stesso atto di prolungamento si registrò anche l’ingresso nel sodalizio di Giuseppe fu Antonio Squindo.
Il 30 giugno 1894 veniva così costituita la “Tamagno, Musso e G. Squindo” alla quale i soci partecipavano alla pari per un capitale sociale complessivo di 150 mila lire (il nuovo socio conferiva le sue 50 mila lire con una parte in denaro e un’altra in «meccanismi»). Il destino impose alla ditta un vita breve e complicata. Poco più di un anno dopo veniva a mancare il Musso e il decesso del pettinenghese innescò una situazione di incertezza dovuta soprattutto alla liquidazione della cessata “Tamagno e Musso” e ai crediti che l’erede universale di Giovanni Musso, ossia la vedova Domenica Barbera, poteva vantare sia su quella società sia su quella nata con l’ingresso di Giuseppe Squindo. La ditta, consolidata nei due soci superstiti, rimase in esercizio fino all’inizio del Novecento sotto la stessa ragione sociale (la signora Barbera aveva sottoscritto il recesso dalla società già dal 1896). Lo scioglimento della società in nome collettivo “Tamagno, Musso e G. Squindo” fu ratificato nell’ottobre del 1901, ma non furono problemi economici a determinare la fine del sodalizio, bensì la prospettiva di una nuova e più vasta operazione imprenditoriale.